TRILOGIA DELLE BARCHE
adattamento da Gil Vicente
scenografia e costumi Livio Scarpella
regia Lino Trentini
traduzione Gianfranco Contini
durata 1 ora e quindici minuti
anno di produzione 2002
Gil Vicente (1456?-1536?) è considerato nel suo paese, il Portogallo, il fondatore del teatro nazionale che ha in lui il suo più alto esponente ed una delle massime personalità della letteratura rinascimentale europea. Solo il fatto che la letteratura portoghese è poco più che sconosciuta, ha impedito che questa figura sia giustamente apprezzata.
La sua produzione è vasta e diversificata. Tra le opere ‘di devozione’ la più importante è senza dubbio la Trilogia delle Barche.
“Nell’opera che segue si dà una rappresentazione figurata della rigorosa accusa a cui gli avversari sottopongono tutte le anime umane, nel punto che lasciano per morte i loro corpi terrestri.
E per trattar di questa materia l’Autore simbolicamente immagina che in tal momento esse giungano a un profondo braccio di mare dove stanno due vascelli, l’uno che dà passaggio verso il Paradiso, l’altro verso il Purgatorio (impropriamente, perché poi il purgatorio viene identificato con la spiaggia, il non poter salire sulla barca del Paradiso).
Essa è divisa in tre parti, cioè una scena per ogni imbarco.”
Dall’introduzione di Gil Vicente a ‘Rappresentazione della Barca dell’Inferno’
La “Trilogia delle Barche” si compone di tre parti, la succitata “Rappresentazione della Barca dell’Inferno” (1517), la “Rappresentazione della Barca del Purgatorio” (1518), la “Rappresentazione della Barca del Paradiso o della Gloria ” (1519).
Davanti all’angelo nocchiero e al diavolo, sfilano una teoria di personaggi di diverse estrazioni sociali, a memoria delle danze macabre, si presentano un gentiluomo un usuraio uno scemo... un frate... una pastora...
Su un palcoscenico-ponte di nave-spiaggia, vagano vagolano corrono incedono cadono, stranite e straniate, le anime che pervengono “a la riva malvagia”. Prima scollate, isolate, massa informe, poi via via, sempre più coscienti, a formare un coro, dove ogni coreuta è portatore di uno o più gesti di quella che fu la sua storia terrena e che ora non può non raccontare.
E così eccole staccarsi dal coro e raccontarsi e con il gesto e con la parola.